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Con più donne al potere, tutti noi avremo benefici

di Francesca Guinand

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Ha qualche crepa il tetto di cristallo che ingabbia la leadership delle donne.
I nomi di queste crepe sono Hillary Clinton, Theresa May, Angela Merkel. Le sindache spagnole Manuela Carmena e Ada Colau, la prima donna dopo 119 uomini alla guida di Barcellona. E Virginia Raggi, prima sindaca della Capitale d’Italia nella storia.
E ancora Christine Lagarde, presidentessa del Fondo Monetario Internazionale.

OCCHI PUNTATI SULL'ONU. Ma sono i nomi delle crepe più evidenti, quelle più grandi. Sono tante, queste fessure.
Sono come fiumi, lenti e costanti, che rompono le regole nelle istituzioni, nelle imprese, nella finanza, nella politica, nello sport, nel volontariato, nella tecnologia.
Ma è vero che siamo in cima alla vetta? Davvero qualcosa sta cambiando?
Giovedì 21 luglio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha iniziato lavorare per trovare il nuovo (o la nuova) segretario (o segretaria) generale.
Sono cinque le donne in lizza, su un totale di 11 candidati.
E il 25 luglio si apre la convention democratica negli Usa, che per la prima volta nella storia del Paese candiderà a presidente una donna, Hillary Clinton.

QUESTIONE DI FIDUCIA. Insomma, stiamo spingendo tutti insieme per sfondare questa cupola e alzarci in piedi?
Anche se le donne e le ragazze sono la metà della popolazione mondiale, solo il 22% dei rappresentanti politici di tutto il globo è 'rosa'. Ma così non c’è equità, non c’è rappresentanza. 
Una ricerca dell’Ocse mostra che, in media, maggiore è la percentuale delle donne ministro nel governo, maggiore è la fiducia della popolazione.
In Svizzera, Norvegia e Svezia la fiducia verso il governo è più alta e qui ci sono tante donne, mentre in Grecia, Slovenia ed Estonia, dove il gentil sesso nell'esecutivo trova poco spazio, la fiducia è scarsa.
Sempre l'Ocse ha scoperto che nei Paesi con governi più bilanciati tra generi la ricchezza è distribuita meglio.
In Svezia, Finlandia e Norvegia il divario tra i redditi è al minimo.

I BENEFICI PER IL PIL. Inoltre il World Economic Forum sostiene che c’è un link tra parità di genere e Pil.
E ancora l’Ocse rincara la dose sottolineando che, se in media tra i suoi Paesi membri il gender gap nel mondo del lavoro si riducesse del 50%, il Pil guadagnerebbe 6 punti entro il 2030.
Per tutti questi motivi e pure per egoismo, Rick Zednik, ceo di Women in Parliaments Global Forum (Wip), dice di lavorare per riuscire a portare più donne in politica.
Perché se nei governi e nelle aziende riuscissimo ad arrivare a un equilibrio ne beneficeremmo tutti. 
Dopo la sconfitta del 2008, Clinton citò nel suo famoso discorso le 18 milioni di crepe (cioé di voti), che sebbene fossero molte non le avevano permesso di rompere il soffitto di cristallo.
Di anni ne sono passati tanti: chissà che, a questo secondo round, il soffitto che non permette a Hillary di alzare la testa non si frantumi. Darebbe una mano a tutti.

 

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